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04-06-2016, 9:07 • Frosolone • Cronaca

Mandriani ieri e oggi

I Colantuono di ritorno dalla transumanza. Un viaggio memorabile dai pascoli del Gargano

Oggi. La transumanza è viva ancora nelle terre dei tratturi molisani ad opera di una famiglia, i Colantuono,( una grande Dynasty antica di mandriani nella terra dei tratturi), partita, chi sa quando- si dice - dall'isola di Creta. "Sabato all'ora di pranzo, dopo quattro giorni di cammino per un totale di 180 chilometri, i trecento bovini transumanti, i mandriani e le persone che hanno deciso di accompagnare la carovana in questo meraviglioso viaggio nella storia contadina e nel territorio più bello di Molise e Puglia, sono arrivati a destinazione, alle miti alture di località Acquevive di Frosolone: è qui che ha sede una delle due masserie dei Colantuono.
La carovana era partita quattro giorni prima da San Marco in Lamis, poi il riposo a San Paolo Civitate e la partenza per il Molise. Il primo giorno, attraversando il Fortore, il secondo guadando il torrente Torna proprio al confine tra Puglia e Molise. Prima tappa, Santa Croce di Magliano, cui è seguita la seconda forse più bella: il saliscendi continuo tra Bonfrefro, Ripabottoni ( con sosta in località "Femmina morta"), Campolieto, Matrice e Campobasso. A Taverna del Cortile il transito su un tratto di tratturo largo e rigoglioso, di fronte a decina di appassionati e di curiosi. Avvincente anche il colpo d'occhio sul tratturo Castel di Sangro-Lucera, fra Castropignano e Torella del Sannio, un paio d'ore prima dell'arrivo a destinazione. E' lungo questo tratturo, che si snodava, dopo il transito del Fortore, a valle di Gambatesa, su una piana a fianco del fiume, dove i pastori d'Abruzzo ( "I Bruzzisi" così chiamati in paese) piantavano gli stazzi per qualche giorno, guardati a vista da cani attenti, e aprendo un banchetto di mercato di formaggi, agnelli e quant'altro a disposizione degli acquirenti calati da Gambatesa e dai paese limitrofi; per proseguire poi lungo la valle del Tappino, snodandosi a valle di Pietracatella,Toro, Campodipietra, Campobasso, ecc.- In questo luogo si riaccendono i miei ricordi infantili nel ripercorrere quella strada aspra, sassosa e di pericolosa pendenza, di buon mattino, con la mamma ed altri paesani, per arrivare al fondo valle del Tappino, lato fiume Fortore, dove era allestito il mercatino dei pastori transumanti abruzzesi sulla via del ritorno verso la terra d'Abruzzo.
Il mio ricordo storico memorizzato che mi riallaccia all civiltà contadina, al mio paese molisano e al Molise.

Orlando Abiuso, [email protected]


Ieri. La nostalgia di Carmelina

"Metti di essere in un posto dove fa freddo, la pioggia tamburella sui vetri, e in cucina si preparono polenta e spezzatino. Un posto dove gli uomini sgobbano anche di domenica. Metti anche, sull'architrave di un caminetto, il simbolo del sole delle Alpi. Fuori, eco di camapanacci con vacche al pascolo. Ecco: siamo arrivati in un posto così. Indovinate dov'è: Svizzera? Baviera? Lombardia? Veneto leghista? Macchè. E' Molise, Italia terrona.La casa natale dei Colantuono, grande dinastia di mandriani nella terra dei tratturi.
Impossibile ignorare i Colantuono ad Acquevive, paesino tra Isernia e Campobasso sotto i pascoli della Montagnola, sulla via della Puglia. Cinque fratelli, tutti nati di marzo, da bravi figli di transumanti, cioè di uomini che rientravano a casa in giugno, pronti a ingravidare le mogli dopo aver svernato sul Tavoliere. In cucina, una grande madre vestita di nero, dispensatrice di ordini e di cibo. In giro per la casa, una tribù di nipoti. E dappertutto i segni di una Dinasty antica, partita chissà quando -si dice- dall'isola di Creta.
"Poco a magià non sacciu fa" ride mamma Vittoria, che tra pranzo e cena scodella venti pasti al giorno, spingendoci verso il pranzo patriarcale. A capotavola c'è suo marito, il taciturno Nicola - i capi veri parlano poco- di anni settanta, figlio di Colantuono Felice, leggendario conduttore di armenti fra il Gargano e le montagne del Molise. I figli maschi ci sono tutti, hanno facce andaluse, occhi neri, corpi tesi da cowboy, mani grandi, l'orgoglio di un lavoro fatto bene. Salta il tappo di una bottiglia di vino, fuori la pioggia aumenta, ma per i pastori va bena, vuol dire erba in abbondanza. Mio figlio Andrea [ ndr. Il figlio di Paolo Rumiz], è felice, risente qualcosa di perduto in quel gruppo che lo accetta come un fratello.
Carmelina, la figlia femmina, serve a tavola e racconta: "Da bambina ho odiato la transumanza. Mio padre non c'era mai. Piangevo ad ogni partenza della mandria. Poi, con il tempo, l'odio è diventato amore. Non sapete cosa significhi veder uscire cinquecento mucche nel polverone". Si commuove e la commozione la rende bella come la Luna. E' tutto così evidente: la forza di queste terre è donna. "Quando arriva il momento," racconta, "le nostre vacche non le tiene nessuno. Stanno sempre fuori, sono allenate a camminare, per loro il trasferimento è un richiamo irresistibile, una gioia."
Il medico Beppe Battista ha seguito i Colantuono in un memorabile ritorno dai pascoli del Gargano e non può dimenticare. "Dopo un viaggio simile" dice, "hai le visioni: sogni, senti, vedi tutto in modo diverso. Quando sono tornato non ho guidato l'auto per settimane. Non sopportavo la tv, nemmeno il mio letto. E' incredibile essere nella mandria, con le vacche anziane che sanno già il percorso a memoria e fanno strada, e le giovani che vanno dietro, un po' spaesate ma mansuete nel farsi condurre. Un concerto di campanacci che diventa musica, ti crea dipendenza e non ti abbandona più".
Ricorda metro per metro la strada, percorsa in soli quattro giorni, quasi sempre di notte: Il brivido della partenza, Nicola Colantuono che si incammina davanti, da solo, con il passo millenario di Abramo, corto, ancheggiante e regolare. Il ponte sul fiume Fortore, la lapide in latino con le tariffe del pedaggio, dal quale sono esenti, per decreto imperiale, solo "i preti e le puttane". Il torrente Tona, Santa Croce di Magliano, Femmina Morta, Ripalimosani, la taverna di Torella. Le chiesette tratturali, che un tempo erano attrezzate con un locanda per le soste, come gli autogrill di oggi. Poi l'arrivo, con le donne che venivano dal paese con il primo cibo caldo.

Paolo Rumiz, da "La leggenda dei monti naviganti", Feltrinelli.

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