Omicidio di Giorgiana Masi, per la prima volta parla Santone: "Quel giorno per me finì tutto" • Prima Pagina Molise
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06-05-2017, 9:51 • Campobasso • Cronaca

Omicidio di Giorgiana Masi, per la prima volta parla Santone: "Quel giorno per me finì tutto"

L'ex poliziotto Giovanni Santone nella foto simbolo scattata nei drammatici minuti dell'uccisione di Giorgiana Masi.
L'ex poliziotto Giovanni Santone nella foto simbolo scattata nei drammatici minuti dell'uccisione di Giorgiana Masi.
Esattamente quranta anni dopo, parla per la prima volta Giovanni Santone, il poliziotto di Campobasso, che con la pistola in pugno fu immortalato nella foto simbolo legata all'omicidio di Giorgiana Masi, il 12 maggio del 1977. Lo fa intervistato da Concetto Vecchio, autore del libro "Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano", appena pubblicato da Feltrinelli.  Su Santone dopo il delitto si concertarono le polemiche, mosse soprattutto dai radicali: la sua foto era diventata infatti l'immagine simbolo della repressione attuata da Cossiga in quel periodo. L'autore del libro ha incontrato Santone a Roma, in un bar di Prati.

Questo è il suo racconto inedito,
carico di rabbia, di quei giorni: "Il 12 maggio finì tutto per me. Tutto! E pensare che io di politica non capivo niente. La sera prima mi dissero che mi sarei dovuto aggregare alla Digos, che avrebbe prestato servizio a margine della manifestazione dei Radicali. Scelsero me e altri due o tre. ‘Fatti trovare là, all'una', fu l'ordine. Abitavo al Pigneto, presi l'autobus, e intorno a mezzogiorno mi recai in centro". 
La ricostruzione entra nel vivo: "Io non lavoravo con la divisa. Camilla Cederna scrisse un lungo articolo per denunciare che eravamo degli infiltrati tra i manifestanti, una fesseria colossale. Eravamo guardie di pubblica sicurezza e come tali non obbligati alla divisa. Venne montato ad arte uno scandalo inesistente".

Nel colloquio con l'autore del libro ad un certo punto Santone sbotta alzandosi in piedi nel bar scelto per l'incontro: "Mi vede? Ho più di 60 anni e vesto sportivo. Porto i jeans. Un maglioncino sotto la giacca. Proprio come allora. Mai messa una cravatta in vita mia. Ero un ragazzo che seguiva la moda del momento. Come avrei dovuto vestirmi? La borsa Tolfa, su cui ricamarono all'infinito, mi serviva come portasigarette - fumavo due pacchetti al giorno - e per infilarci la carta igienica, i gettoni, il portafoglio".

Il poliziotto campobassano, oggi in pensione, dopo anni di silenzio ora è un fiume in piena nelle pagine del libro pubblicate da Repubblica: "Se la presero con Cossiga, ma sbagliarono. Cossiga fu il più grande ministro dell'Interno di sempre, non ha nessuna responsabilità per l'ordine pubblico di quel giorno. Non sapeva niente. Giorgiana fu uccisa dal fuoco amico. Dopo il 12 maggio mi ritrovai ogni giorno sui giornali. A un certo punto Pannella fece tappezzare i muri di Roma con dei manifesti con la mia foto e la scritta ‘Disarmiamoli con la non violenza'. La sera tornavo a casa e mi fermavo basito a guardare quei poster. Mi chiamò allarmato mio cugino, che studiava all'università di Bologna: aveva partecipato a un'assemblea nella quale avevano proposto di spararmi. Ricevevo telefonate minatorie in ufficio. Era quasi sempre una donna, mi dava del ‘pezzo di merda', io le rispondevo ‘ti aspetto qua fuori, puttana!', poi mettevo giù e mi prendeva una gran paura. Mi chiamò il mio dirigente, Giovanni Carnevale, e mi informò che mi trasferivano per motivi di sicurezza a Napoli, in un ufficio del ministero. Ma dopo pochi giorni si accorsero che a Napoli spadroneggiavano i Nuclei Armati Proletari, allora mi fecero tornare indietro. ‘Devi andare a Isernia', disse Carnevale. ‘A fare cosa?' gli chiesi. ‘Lavorerai allo spaccio della questura'. Non volevo crederci. Mi ribellai. Invece davvero mi seppellirono a Isernia, a fare il salumiere. Presi le mie cose e andai. Roma non era più un posto sicuro per me. Ho viva la mortificazione di quel trasferimento. I colleghi mi trattavano con fastidio, mi sentivo un lebbroso. Avevo dentro di me una spaventosa voglia di vita e invece ora affettavo panini dietro a un bancone di una caserma di provincia".

"Di cosa ero colpevole? Non c'entravo con il delitto di Giorgiana, avevo solo fatto il mio dovere, eseguendo un ordine. Nel tempo libero rimanevo disteso sul letto con un fascio di giornali che parlavano di me. Piangevo. Il sabato prendevo la macchina e tornavo tra mille precauzioni a Roma, per stare con mia moglie, viveva a Torre Spaccata: era nato mio figlio. Volevo sentirmi vivo almeno nel weekend, ma una mattina mi intimarono di non farlo più. In un covo delle Brigate Rosse avevano rinvenuto una mia foto nella quale tenevo in braccio il bambino. Mi si gelò il sangue. Mi avevano pedinato. Ero finito in cima a una lista di bersagli. Oramai fumavo ottanta sigarette al giorno, quando uscivo mi guardavo in giro in continuazione. Mi avrebbero scovato e ucciso, era solo questione di tempo".

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