Carcere con vista, l'insospettabile volto artistico dell'istituto penitenziario di Campobasso • Prima Pagina Molise
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22-03-2014, 17:26 • Campobasso • Arte

Carcere con vista, l'insospettabile volto artistico dell'istituto penitenziario di Campobasso

La cupola della torre panottica del carcere di Campobasso
La cupola della torre panottica del carcere di Campobasso
La prospettiva più inaccessibile della città per una mattina accessibile. Aperta, senza fardelli e drammi, senza accuse, giustizia e ingiustizia. Senza sangue e dolore. Celle con vista, aperte a sconosciuti con la fedina penale pulita. L'iscrizione alle giornate Fai di primavera ti porta dentro al cuore della libertà limitata, dove, forse, è difficile parlare di arte, eppure qualcosa di arte c'è nel carcere di Campobasso.

Per una mattina da lì, dall'inaccessibile che si fa accessibile, guardi e ammiri la città sotto il bel sole di un fine marzo intensamente primaverile. Un panorama nuovo, unico, a suo modo straordinario. Cammini nell'alto di un'ampia e imponente torre vetrata, progettata per controllare tutto e tutti, dove anni prima si alternavano, ore dopo ore, severi controllori. Le più moderne telecamere hanno mandato in pensione quella vecchia mansione. Adesso è una finestra piena di luce sul risveglio ormai andato di Campobasso, un faro senza più il suo guardiano. Sul momento ti insegnano che quella visuale che non concede nascondigli risponde all'effetto panottico. Capirne funzione e significato, alla fine, è piuttosto immediato.

Non hai immagini, foto, video da riportare a casa. Cellulari, macchine fotografiche, tablet, nulla. Per chi li ha addosso, subito la perentoria cortesia di lasciarli nelle cassette di sicurezza all'ingresso. E fa niente, la sensazione che resta è così intensa che per una volta il ricordo dello sguardo può valere più dell'immortalità di uno scatto, mentre il portone più inquietante del centro città si chiude alle tue spalle.

E' un fatto potente, un'emozione mista e confusa di tanti sentimenti, quello che resta della visita nel carcere di via Cavour. La casa circondariale del capoluogo molisano, monumentale edificio nel cuore dell'ordine e del disordine urbanizzati, chiuso, chiusissimo ai più (diciamolo pure: nessuno normalmente vorrebbe entrarci), per una volta è patrimonio a porte aperte (quasi, anzi parecchio quasi) del Fai. Una scelta importante, quella del Fondo ambiente italiano, che dopo Milano ha individuato nel più antico istituto penitenziario molisano una tappa di esclusivo interesse per gli appassionati di arte e architettura. Una scelta azzeccata, stanti la storia e la potenza di questa misteriosa struttura cittadina.

Si sapeva che il carcere di Campobasso era 'bello'. Bello dal punto di vista storico e strutturale. Si sapeva per sentito dire. Oggi ce n'è conferma, seppure non sfugga agli occhi nessuno dei segni di declino e cedimento. Le risorse che scarseggiano, l'indifferenza dello Stato centrale per la periferia fisica, sociale e umana, le riconosci in ogni pezza di intonaco scrostato, in ristrutturazioni posticce commissionate nel tempo senza troppo rispetto allo stile originario. Bello perché antico, massiccio, testimonianza di un'epoca unica, rivoluzionaria, capace di consegnare a distanza di secoli la sua impronta innovativa.

Il progetto risale al 1830,
quando il Molise era contado del Regno delle Due Sicilie. Il carcere venne realizzato nel tempo con una prima ultimazione trent'anni dopo. La luce arrivò soltanto nel 1927, quando l'Italia era sotto il regime fascista. Doveva essere un carcere moderno e sicuramente lo è stato, rispondente a quell'idea che man mano cambiava, sotto la spinta illuminista, sul valore della detenzione.

E proprio quell'impronta, di filosofia e scienza, ti fa scoprire un mondo insospettato. Giudicato per i luoghi comuni che gravitano attorno a tutte le strutture carcerarie. E invece da dentro tutto è diverso, tutto è più profondo. Profondo, empatico, è lo sguardo dall'alto di quella torre, sormontata dal cupolone che ogni campobassano conosce, su quegli uomini in basso che camminano, con passi veloci, tutti uguali, avanti e dietro nello stretto di cortili cintati. Sono i detenuti, chissà se avvisati della presenza dei visitatori del Fai, a viversi la loro ora d'aria. Per fortuna, oggi c'è il sole.

Intanto il tour all'interno prosegue: ciceroni per un giorno, assieme all'architetto Vittorio Di Pardo, volontario del Fai, gli agenti in divisa della polizia penitenziaria. Con loro anche una funzionaria preparatissima del carcere. La disponibilità è tanta e colpisce. Sanno davvero tutto di quelle mura possenti e impenetrabili. A tratti anche leggendarie. Per un tempo passava come carcere di massima sicurezza, l'istituto penitenziario campobassano. A guardare tutti, i tanti e troppi, palazzi imperiosi costruiti intorno che spiano indisturbati, a volto scoperto, con finestre infinite e balconi spavaldi, gli spazi angusti del carcere, viene da chiedersi di che sicurezza mai si possa parlare. La cementificazione selvaggia, concessa da sempre tutt'attorno nella città, diventa ancora più invisa per questo paradosso. Ma tant'è. Passo dopo passo, lungo i corridoi che sanno di freddo, nonostante il sole che entra e illumina tutto, in particolare le piante ("qui in carcere fanno bene", la rivelazione diverte gli ospiti curiosi), i nomi di quegli uomini che la storia criminale italiana ricorda e ricorderà. Cutolo? "Come no? Don Raffe' è stato qui". Vallanzasca? "Il Bel Renè tentò pure la fuga". Eppoi, dalle tristi cronache recenti, Angelo Izzo, "era nel reparto dei collaboratori". Un brivido sale a ripensare all'elenco di sangue e morti.
E cresce di fronte alle diapositive che, a conclusione del giro, l'architetto Di Pardo fa scorrere sul proiettore nella sala teatro del carcere. Documenti, schizzi, immagini in bianco e nero, ricostruzioni del processo di costruzione della casa penitenziaria di via Cavour. Documenti, schizzi e ricostruzioni, custoditi dall'Archivio di Stato: carte che danno anche il senso della grandezza offerta, e mai colta nei secoli, alla città Campobasso. Doveva contare qualcosa nel Regno delle Due Sicilie se il suo carcere, di forma esagonale con una torre centrale, è tra i prototipi, rari esempi con Avellino e Palermo, realizzati in Italia.

"Difficile per me concepire questa struttura come architettura. L'architettura per me deve elevare il livello di qualità della vita", sentenzia con un'intensità tutta sua Di Pardo. E probabilmente ha ragione, ma chissà perché l'angolo di verde, fatto di pini altissimi che svettano in alto, racchiuso all'interno delle mura di cinta, un tempo limitate da un fossato, i tavoli ristrutturati dai detenuti, i volti distesi, familiari, degli agenti, le celle che ti dicono che non sono sovraffollate, tutto questo, chissà perché, ti fa pensare che un senso di umano là dentro ancora resiste. E pensarlo fa bene.

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